“Io ci sto” – Il video virale della filiale Intesa SanPaolo e cosa dovrebbe insegnarci

Negli ultimi giorni sui Social gira un video virale che tante persone hanno condiviso sulle loro bacheche, dove, in modo sicuramente goffo e raffazzonato, il direttore (donna) di una filiale impresa di Banca Intesa San Paolo presenta la città, le attività della banca e cerca di mandare un messaggio di entusiasmo e partecipazione verso l’organizzazione di cui fa parte.

Un video che è stato dimostrato essere uno dei tanti contenuti creati dalle diverse filiali per un contest (concorso) interno. Tenete bene a mente questo particolare.

Il video in questione si presta molto per essere catalogato alla voce “video comici”, e di per sé il fatto che strappi una risata non è un delitto.

Il delitto avviene quando si vanno a leggere i commenti sotto al video, pieni di odio nei confronti della donna, involontaria protagonista del video. Perché questo non è altro che cyberbullismo (che noi tutti identifichiamo come una cosa che si svolge tra ragazzi, ma che invece dobbiamo abituarci a guardare in una accezione molto più generale).

La cosa peggiore, poi, è che il contenuto non è stato messo in rete con superficialità dalle persone coinvolte, ma da qualcuno che, vistolo nel gruppo di lavoro in cui era stato condiviso, ha pensato bene di ri-condividerlo a sua volta all’esterno senza chiedere il permesso, attivando così il processo di viralità.

Ribadiamo bene il concetto: quello ricondiviso sulle nostre pagine social, da alcuni giornali online e mostrato in televisione da diverse trasmissioni, è un video aziendale con contenuto interno e privato, che non doveva uscire ed essere decontestualizzato con così tanta leggerezza dal microcosmo in cui era stato condiviso.

Tanto il “buzz”, il rumore che questo video ha creato in Rete, sopratutto tra gli addetti ai lavori, tra chi, cioè, utilizza per lavoro i Social Media. Ne parliamo anche su Web Consapevole perché questo episodio offre, attraverso alcuni concetti estrapolati nelle discussioni lette, alcuni elementi di riflessione.

Cyberbullismo

Punto primo: “la Rete è questo”, “Fa parte delle dinamiche della Rete”

Diciamolo una volta per tutte: la Rete non è uno strumento. La Rete è un ambiente costituito da persone, costituito da noi. Quindi la Rete siamo noi e i nostri atteggiamenti. Ergo, “noi, siamo questo”. Non è la Rete che sberleffa, ma una persona in carne ed ossa.

Punto secondo: “nel momento in cui fai una cosa del genere devi mettere in conto che ti si possa ritorcere contro”

Qui emerge chiaramente come, attraverso la “democraticità” dei social network, che pure ha aperto a dinamiche fino a poco tempo fa impensabili, stia sfuggendo di mano a chi li abita la misura del limite e il buon senso.

Certo, la dimensione mediata da uno schermo non aiuta a ricordarsi che dall’altra parte c’è una persona e tutto ciò di cui essa è portatrice.

Il bombardamento di informazioni e contenuti a cui siamo quotidianamente sottoposti non ci aiuta nella riflessione delle nostre azioni, che, dobbiamo ammetterlo, quando ci troviamo davanti ad una tastiera sono spesso guidate dalle emozioni più che dalla razionalità.

Questo però ci porta a perdere la capacità critica di comprendere il contesto delle nostre azioni e che ci sono dei limiti. Perché, anche se sul Web tutto è possibile e permesso, non è detto che tutto sia giusto. E anche in questo ambiente dobbiamo sforzarci di esercitare un discernimento che ci aiuti a comprendere dove è il bene e dove è il male e orientare le nostre azioni di conseguenza.

Nel caso specifico, sarebbe bastato ricordare che se anche abbiamo accesso a qualcosa di privato ed indirizzato solo ad alcune persone, l’averlo ricevuto non ci autorizza a condividerlo a nostra volta fuori da quell’ambito, nonostante tutto ci spinga in questa direzione.

Ma la cosa che più dovrebbe preoccupare è il vedere sdoganato il concetto per cui non solo si possa, ma si debba condividere qualsiasi cosa senza domandarci se possiamo farlo e quali potranno essere le conseguenze. Che tutto questo sia diventata una cosa normale e accettata.

Così spesso, sotto il trabocchetto della “riprova sociale”, siamo portati a considerare che tutto ciò che vediamo condiviso da qualcuno prima di noi sia condivisibile, finendo così per condividere “per sbaglio” contenuti in maniera superficiale.

lucchetto

Due facce della stessa medaglia

Abitare consapevolmente i Social Network – e più in generale e più in generale questa era iper-connessa, vuol dire prendere sostanzialmente consapevolezza di due cose:

  • affidiamo la nostra privacy agli altri, quindi può succedere che la nostra fiducia possa essere abusata, con la conseguenza che qualsiasi nostra cosa, che per un qualche motivo finisce sul web, gli altri la vedano come una loro proprietà. Non dovrebbe essere così, perché se io metto una mia fotografia come profilo di Facebook te la sto mostrando, non dando. Ma siccome non è una cosa chiara, pensiamoci, prima di postare o condividere qualcosa di nostro. Con chiunque.
  • al rovescio, siamo diventati custodi, oltre che della nostra, anche della privacy altrui.
    Per questo dovremmo trattarla come vorremmo fosse trattata la nostra

Perché in quel video aziendale, per quanto ridicolo, potevamo esserci noi. Potevano esserci i nostri familiari e i nostri amici, costretti come i protagonisti del video, a chiudere i loro profili su Facebook per non essere oggetto di ricerche e scherno della loro “vita digitale”.

Abbiamo però una grande fortuna: che al timone delle operazioni ci siamo noi, non il Web.

E siamo quindi noi che possiamo orientare le nostre scelte: siamo noi che possiamo decidere se condividere o meno qualcosa, siamo noi che possiamo decidere di utilizzare un episodio per un nuovo meme, oppure impegnarci per “spegnere l’incendio”. Siamo noi che possiamo decidere di non prendere in giro chi non ha gli strumenti per muoversi in un mondo come quello di oggi.

La libertà di scelta di operare nel rispetto degli altri, anche in Rete, è una grande possibilità che ci viene data come esseri umani.

E che dobbiamo giocarci bene, non fosse altro perché il nostro comportamento è d’esempio anche a chi nell’ambiente digitale si è affacciato da poco.

Daniela Baudino

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